FRANKENSTEIN: OR, THE MODERN PROMETHEUS

Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire. Marguerite Yourcenar

LIBRI FRANKENSTEIN: OR, THE MODERN PROMETHEUS Mary Shelley, 1818

di Silvia Giordano

I miei sogni mi appartengono. Così, in un carteggio, prende vita la produzione letteraria di una giovane diciassettenne inglese, Mary Shelley, figlia della celebre fondatrice del femminismo liberale Mary Wollstonecraft, dalla quale ha ereditato non solo il nome ma, forse, il senso dignitario sufficiente a sospingerla verso l’inclinazione per la scrittura, in un mondo asserragliato da intellettuali uomini. Benché la trama del romanzo sia ampiamente nota, un equivoco altrettanto diffuso è la convinzione che Frankenstein sia il nome della mostruosa Creatura che prende vita nella storia, invece, è il cognome del dottore che lo genera. Infatti è quest’ultimo, Victor Frankenstein, che, sconvolto dalla morte della madre, coltiva il desiderio di creare in laboratorio un essere umano perfetto. Riuscirà nel suo proposito solo in parte: la Creatura che vedrà la luce sarà rozza e deforme, e il dottore ne resterà disgustato. La Creatura deciderà di fuggire ma presto tornerà, e la sua esistenza si intreccerà ineluttabilmente a quella del creatore… In questo capolavoro gotico, la predominanza di uomini di spessore umano e intellettuale caratterizza l’articolazione dell’opera, a partire dallo stesso dottor Victor Frankenstein, mente brillante e curiosa, in grado di concepire, nel buio di un laboratorio, una Creatura dotata di vita propria. L’autrice attribuisce al proprio protagonista il ruolo di creatore, e arditamente(!), se contestualizzato al periodo di pubblicazione (primi decenni del 1800). Anni in cui si poteva, al massimo, delegare alle donne la funzione generatrice, ma non certo quella della Creazione, prerogativa divina. Cinque sono le figure femminili presenti nel romanzo, ricoprono un ruolo secondario, e per ben tre di queste (Caroline, Justine ed Elizabeth) il destino declinerà in tragedia. Ma è la Creatura, e la relazione che instaura con il proprio artefice, uno degli elementi di maggior rilievo dal punto di vista filosofico, e in esso la scelta, da parte del dottor Frankenstein, di non dare nome al mostro di cui ha disprezzo e terrore, negandogli così la possibilità di vedersi riconosciuta un’identità. Il dottor Frankenstein, infatti, altro non vede nella Creatura che “tenebra senza cuore”, un orrido mostro per giunta reo di delitti, le cui sembianze lo conducono a visioni di morte e distruzione. Cadute le speranze riposte nel “buon selvaggio rousseauiano”, post-esperimento subentrano in lui miopia e rifiuto di ascoltare le richieste che la Creatura gli rivolge, e scatena così nel mostro sentimenti ed emozioni che oggi potremmo definire tipici della “sindrome da abbandono”. La furia omicida del “due volte orfano” si manifesta allora, attraverso la volontà di distruggere l’esistenza dello scienziato-genitore e dei suoi cari, rendendolo orfano a sua volta. Victor Frankenstein ha forgiato un mostro, dal latino “monstrum, manifestazione”, Creatura che, in questo caso, si compone in modo innaturale di parti di diversi cadaveri, contravvenendo alla norma di una (presunta) entità armonica della natura: da allora “to frankenstein” è un verbo che, in inglese, indica l’unione di elementi dissonanti fra loro. Tutti, nella diversità che ci contraddistingue, veniamo al mondo come creatura disorientata e spaesata, ma con la fortuna di vederci attribuire un nome alla nascita. Si apre così una riflessione sulla genitorialità sociale, nel perpetrare un male e poi condannarlo. Per dirla alla Gelhen, citato nel trattato di Simoneschi La disabilità che è negli oggetti, l’essere umano si rapporta con la natura già in quanto essere manchevole, dovendosi attrezzare di forme di adattamento per garantirsi la sopravvivenza. Come può essere possibile, quindi, in un mondo già insidioso, superare gli ostacoli dell’ambiente circostante senza una relazione di scambio e condivisione con l’altro/a, che proprio perché diverso è foriero di abilità e possibilità diverse dalle nostre? Innumerevoli sono le forme e le combinazioni umane che attraversano le società, eppure l’aspetto fisico è ciò che subito arriva allo stomaco, e l’apparenza diventa condanna, per la creatura di Frankenstein e per noi tutti, ancora oggi, sempre più. (Duecento anni esatti dopo la stesura di un romanzo che, innegabilmente, non potrebbe essere più attuale anche nel porre la questione dei limiti della scienza e delle implicazioni etiche che la ricerca porta con sé.) La sfida, quotidiana, risiede allora nel superamento di quel buio oltre la siepe delle nostre visioni normodotate, e nel volare alto, spingendo sino a cogliere l’indicibile forma dell’acqua (come racconta il recente film di Guillermo del Toro) per poter, magari, scoprire qualcosa di inatteso.

SILVIA GIORDANO, 1990, laureata in Lingue e Letterature straniere e in Cooperazione Internazionale, è organizzatrice di Teatro-ragazzi e docente di lingua inglese.